Il gioco dell'Urp e il caffè macchiato del professor K

Il 16 febbraio scorso abbiamo letto sul Corriere della Sera "Il gioco dell'URP", un intervento di Massimo Gramellini in cui sberleffa- col suo stile - il lavoro degli URP attingendo al racconto di un fantomatico professore che decide di contattare il Ministero dell'istruzione.

Abbiamo prontamente scritto al Corriere per offrire delle riflessioni utili a dare ai lettori un punto di vista altro - necessario - per rappresentare quanto sia indispensabile e urgente l'investimento (di risorse, di competenze, di integrità, di professionisti formati secondo i requisiti necessari a lavorare in un URP), sulla comunicazione pubblica e istituzionale per sanare quella crisi di fiducia tra cittadini e istituzioni. Del resto, l'ascolto è il primo requisito per una buona comunicazione. Non siamo stati ascoltati. Proponiamo di seguito quel che, evidentemente, a distanza di una settimana, non troverà spazio sul Corriere.

 

Abbiamo sorbito con estremo gusto il caffè mattutino di Massimo Gramellini dedicato al Gioco dell'URP.

A Napoli si dice che il caffè va girato fino in fondo affinché la dolcezza dello zucchero arrivi alla bocca.

Il professore di liceo lombardo, il professor K. è il miglior alleato dei comunicatori pubblici, quei professionisti della pubblica amministrazione che dal 1993 popolano – o meglio, dovrebbero popolare - gli Uffici Relazioni con il Pubblico, avamposto di modernità, dialogo, ascolto e trasparenza della nostra Amministrazione Pubblica. Una legge – di cui quest'anno abbiamo ricordato il ventennale – la 150 del 2000, ancora oggi attualissima e con caratteri innovativi (già conteneva in sé i principi della comunicazione tra cittadini e istituzioni attraverso tutti gli strumenti, comprese le piattaforme digitali), ha messo pionieristicamente ordine a livello europeo nella comunicazione e nell'informazione della PA, sancendo il valore democratico, inclusivo e generativo della sana relazione tra istituzioni e cittadini.

Come avrebbe fatto il professor K del Caffè di Gramellini, tutti abbiamo esultato nel 2000 per la portata epocale dell'innovazione, ovvero costruire la fiducia tra cittadini e istituzioni grazie a professionisti: i comunicatori pubblici, i giornalisti degli uffici stampa e i portavoce, ognuno con un proprio percorso formativo, proprie competenze, proprie responsabilità e proprie attribuzioni, convergenti verso i principi costituzionali di lotta alle disuguaglianze, diritto all'informazione, adempimento del mandato pubblico con disciplina e onore, buon andamento e imparzialità dell'amministrazione.

Peccato che la legge sia stata applicata a macchia di leopardo, o applicata in maniera fantasiosa ed elusiva, affidando spesso il ruolo delicato del rapporto con i cittadini e di sviluppo strategico della comunicazione a biologi, scienziati della politica, agronomi, giuristi, ingegneri... tanto, siamo tutti esseri comunicanti. Come se affidassimo le nostre cure mediche a un laureato in astrofisica, seppure una autorità nel suo campo!

Una legge del 2013, la numero 4, recependo una direttiva europea, ha dato ai comunicatori pubblici, come a tante altre professioni non organizzate, la possibilità di veder riconosciuta e garantita attraverso l'aggiornamento continuo la propria qualificazione professionale. Questo al fine di garantire trasparenza nell'esercizio di una mansione e riconoscere il diritto dei cittadini a prestazioni di qualità, magari - aggiungiamo noi - tutelando anche l'accesso alla pubblica amministrazione per via concorsuale.

I nemici del professor K sono i nostri stessi nemici: la mancanza di cultura di governo e la conseguente incapacità a riconoscere il valore strategico della comunicazione è uno dei grandi mali di certa classe politica, sovente orientata a svolazzare tra i tweet e i selfie a caccia di follower invece di favorire lo sviluppo di relazioni dell'Amministrazione con tutte le cittadine e i cittadini, anche quelli che pagano a caro prezzo il digital divide e che maggiormente vanno tenuti in connessione – reale – con la vita del Paese e con i suoi servizi, spesso eccellenti ma comunicati male. "Datemi buona politica vi darò buone finanze" fa dire Marcel Proust a uno dei suoi personaggi della "Ricerca del tempo perduto". Come Associazione italiana della Comunicazione Pubblica e Istituzionale diciamo "Dateci buona politica, vi daremo buona comunicazione".

Serve un "whatever it takes" anche per la comunicazione pubblica, a normativa vigente, per dare al Paese, nella sua dimensione europea, la migliore spinta possibile alla coesione comunitaria. Ce lo chiede l'Europa, ce lo chiedono i comunicatori pubblici (tirati in ballo solo quando c'è da dirottare i loro contributi previdenziali da quanti non sono stati in grado di mettere in atto una strategia in grado di garantire il salvataggio dell'autonomia previdenziale dei colleghi giornalisti), e lo chiede, ne siamo certi, il professor K.

A poche ore da una fake news che ha avuto come bersaglio il ministro della Pubblica Amministrazione, Renato Brunetta e la sua presunta attuale posizione sullo smart working, sappiamo tutti che quella della comunicazione pubblica è una delicata leva per lo sviluppo inclusivo e sostenibile dell'Italia del Governo Draghi.