La comunicazione pubblica europea in assemblea a Venezia

Trentanovesima sessione dell’assemblea plenaria annuale dei responsabili della comunicazione dei 27 governi dei paesi membri e dell’insieme delle istituzioni della UE, quelle cosiddette “brussellesi”, un tavolo ormai di un centinaio di partecipanti che comprende anche un certo numero di advisor, cioè esperti e docenti di varie università sparse per l’Europa. La cornice è quella di Palazzo Franchetti, ai piedi del ponte dell’Accademia, un ponte  bello ma faticoso da percorrere in salita e in discesa. L’anno prossimo sarà il quarantennale di questo sodalizio, che svolge sempre la sua plenaria di fine anno a Venezia, città in cui è stato fondato per iniziativa italiana nel 1986 e che si chiama per questo “Club di Venezia”. Opera con criteri di informalità, cioè bandiere solo come segnaposto, non come drappi di identità divisoria. E senza assumere decisioni o produrre sfingei ordini del giorno per tenere insieme governi litigiosi. Qui prevale il confronto professionale e caso mai la misurazione con esperti di politiche pubbliche. Quelli che, ad esempio, nell’ultima sessione hanno documentato il lavoro svolto presso l’Istituto Europeo di Firenze,  su come la comunicazione istituzionale  di Orban agli ungheresi sia una delle fonti più gravi di disinformazione e manipolazione attive come un  vulcano in Europa, mentre il delegato ungherese, certamente invitato, non è apparso a Venezia, come accade da un po’ di tempo. Il confronto tra operatori e studiosi è sempre più utile per capire se i diversi modelli organizzativi vanno verso convergenze o divergenze funzionali.

Qui il testo integrale dell'intervento durante l'Assemblea:  

Buongiorno  a tutti e un sentito ringraziamento a tutti i partecipanti.


Permettetemi di usare il francese, una delle lingue fondatrici dell’Europa, come ho sempre fatto, non per polemica contro l’inglese, che rimane la seconda lingua ufficiale di due Stati membri dell’UE, Irlanda e Malta, ma perché credo fermamente nel pluralismo linguistico e culturale dell’Europa.


In queste brevi introduzioni ai  nostri incontri, di solito mi limito a qualche elemento simbolico. D’altronde una delle più belle pagine del processo iniziale di costruzione dell’Europa resta tuttora quella delle tre maggiori personalità di quella svolta dopo la guerra (il francese Schumann, che era alsaziano, il tedesco Adenauer (che era della Rhur), l’italiano De Gasperi (che era di Trento ma era stato deputato dell’Impero austro ungarico) che per cementare la rigenerazione europea parlavano tra di loro la lingua dei vinti, cioè il tedesco.


Quaranta anni fa, alla fine dell’anno (il 1985)  che aveva visto l’Europa fare una forte accelerazione verso l’integrazione del mercato (e le sue nuove regole) e verso un programma vasto di misure per avvicinare i cittadini e le istituzioni (che allora si chiamavano “comunitarie”) cominciò una fitta consultazione tra i capi della comunicazione dei principali paesi europei, che per i quaranta anni precedenti non si erano pressoché mai parlati e persino poco incontrati nelle cose ufficiali dell’Europa.


La comunicazione istituzionale si rivelava uno degli ambiti che esprimevano le maggiori gelosie nazionali. Ci dicemmo che non si dovevano cedere né competenze né ruoli. Dovevamo solo parlarci, per vedere fome comuni e forme di diversità nelle funzioni e nelle applicazioni. Ma anche cominciare a calibrare in  modo più moderno tre processi che andavano ognuno per la sua strada:

  • la comunicazione dell’Europa;
  • la nostra distinta comunicazione sull’Europa,
  • la specificità e le priorità della comunicazione nazionale di ciascuno.

 

Quei colloqui impegnarono l’inverno e  la primavera. E diedero vita al primo meeting, qui a Venezia, alla Fondazione Cini. Era un’Europa a 12 : i sei paesi fondatori,  Francia, Germania Ovest, Italia, Paesi Bassi, Belgio e Lussemburgo; i sei paesi integrati tra il 1973 e il 1986: Danimarca, Irlanda e Regno Unito (1973), Grecia (1981), Spagna e Portogallo (1986). Dall’inizio partecipi Parlamento, Commissione e Consiglio.

 

L’anno prossimo sarà il 40° di quell’avvio di dialogo. Cercheremo di non fare una cosa retorica, ma un bilancio critico, valutativo. Il consolidato e l’irrisolto; soprattutto l’acquisito e il perduto. Dunque, le trasformazioni. Come fu all’inizio, bisognerà cominciare a discutere presto di questa trama. Non è solo un problema di autocoscienza. È un problema – se posso dire questa parola – anche “politico”.

 

L’Europa in verità è più potente, ma anche più prudente. È più complessa, ma anche più conflittuale. È, diciamo,  una immensa soluzione. Dunque, ha un carattere strutturale. Ma una sua parte la vede come una sovrastruttura, dunque come un sistema tattico.

 

Lo steering group farà la sua parte. Poi dovremo approfittare della seconda componente del Club, che non è fatto solo dai membri istituzionali ma anche dagli advisor che rappresentano la ricerca e l’analisi dei processi, per mettere a fuoco  trend, cambiamenti e aspetti dello scenario prevedibile. Magari prepareremo per tempo un dossier  di valutazione, su cui profilare meglio le basi del quarantennale.

 

Oggi l’agenda varata per questa 39° edizione della plenaria di fine anno esprime tre temi che sono parte dell’agenda di questo attuale decennio: l’informazione pubblica tra cooperazione e manipolazione (che contiene anche il tema della libertà di stampa e informazione ; il nuovo profilo della trasformazione digitale e il ruolo crescente dell’Intelligenza Artificiale; le linee con cui si può parlare di “comunicazione europea” sia in senso istituzionale che in senso scientifico.

 

È già una base di lavoro in vista del meeting di autocoscienza del 2026.

 

Credo che sia mio dovere – nella piena indipendenza di chi non rappresenta qui una nazione e nemmeno gli organi istituzionali europee, ma è solo testimone di un progetto simbolico di un sodalizio che ha rivelato resistenza e saggezza – di aprire questa preparazione al “quarantennale”  con brevi spunti. A cui limito il contributo di apertura di questa edizione. Quella resistenza e quella saggezza si deve  a tanti amici e colleghi che ci hanno lavorato. E nell’ultimo lungo periodo grazie soprattutto alla tenacia e alla capacità relazionale di Vincenzo Le Voci

  • Il primo riguarda la qualità culturale e civile dei partecipanti.
  • Il secondo riguarda Ie dinamiche di guerra e pace che hanno prodotto la costruzione delle basi dell’Europa e ora devono dimostrare di essere un fattore di unità e di nuova strategicità.
  • Il terzo riguarda la forza e la debolezza della capacità narrativa dell’Europa di parlare ai popoli e non solo agli addetti ai lavori.

 

Primo punto

L’incremento degli studi moderni nelle scienze della comunicazione e nella trasformazione digitale ha creato una condizione professionale inimmaginabile 40 anni fa, in cui le basi culturali dell’approccio alla comunicazione pubblica veniva negli stessi alti funzionari dal diritto, dalla filosofia, qualcuno dall’economia e con più frequenza dal giornalismo e dalla stessa politica.

Si è allargata la base tecnica della competenza, risulta più sfibrata la partecipazione “etico-politica” al sogno europeo. Una relazione che va forse restaurata con il realismo e il pragmatismo necessari. Ma consolidando nel CdV la presenza di esperti e rappresentanti di atenei che lavorano sulla materia fino a creare un aggiornamento teorico-metodologico interno.

 

Secondo punto

La costruzione stabile della pace come infrastruttura costituzionale e di governo ha caratterizzato la formazione dell’Europa negli anni ’50 e ’60, pur misurandosi con i postulati della guerra fredda.  Ora – in particolare a fronte del carattere che ha assunto la guerra di invasione russa in Ucraina e dall’involuzione degli Stati Uniti – il tema è diventato metafora della nuova domanda di sicurezza e difesa che c’è in Europa, ma anche di spinta a condividere le ragioni strategiche (quindi anche culturali, sociali e filosofiche) dell’identità europea.  Non è detto che ci sia vero commitment su questo tema. Che pure, dal punto di vista comunicativo,  è centrale. E questo è un punto di domanda che solo la politica scioglierà, ma su cui gli operatori di comunicazione hanno diritto di formarsi un’opinione.

 

Terzo punto

Lacerazioni e dualismi (fondamentalmente tra ambiti più europeisti e ambiti più legati a modelli nazionalistici) hanno creato una condizione di commitment comunicativo frenato. Quando un’organizzazione (come anche un’impresa che però risolve più facilmente questi dualismi) si trova in queste condizioni la domanda interna di comunicazione si abbassa e tende a limitarsi ad aspetti tecnici. Questo abbassamento non incoraggia la produzione di narrative che abbiano significato nella cultura popolare di identità e appartenenza. Questo deficit causa la percezione tecnocratica dell’Europa.  Noi non siamo tenuti a decidere su un aspetto così strategico. Ma abbiamo risorse per studiare meglio e rappresentare meglio il problema. A fronte della geo-politica globale che in cui sembrano affermarsi nuove forme di imperi dispotici (fa male dirlo, ma anche il modello in corso di politica USA rischia di essere coinvolto in questo schema) l’Europa è obbligata ad una narrativa popolare identitaria di cui per ora quasi non c’è traccia.  Non mi spetta dire di più. Ma solo provare a dare spunti alla creazione di un’agenda per il quarantennale che, se non proviamo a farci delle domande più di fondo, corre un vero rischio. Trovarci l’anno prossimo per dirci in sostanza che ora è. Scoprendo che la cosa che abbiamo da dire è che sono passati 40 anni. Ora, conforta celebrare un giorno in cui ci troviamo tutti vivi. Ma quel fervido creare in una evoluzione capace di rendere comuni i patrimoni materiali e quelli simbolici dell’Europa, beh! era un altro brivido.

 

Chiudo con una citazione. Jürgen Habermas, nato a Düsseldorf il 18.6.1929, vivente e intellettualmente attivo,  filosofo, sociologo, politologo ed epistemologo tra i principali esponenti della Scuola di Francoforte (culla della teoria critica), che per la continuata analisi della “sfera pubblica” dovrebbe essere il santo patrono dei comunicatori pubblici europei, ha svolto una conferenza il 19 novembre a Monaco di Baviera divenuta un articolo pubblicato in questi giorni[1], per spiegare perché è venuto il momento in cui l’Europa provi a “ballare da sola” che si conclude con queste parole: “Non mi è facile trarre una conclusione che avrebbe comunque il senso di uno scongiuro. Dico solo che un’ulteriore integrazione politica, almeno nel cuore dell’Unione Europea, non è mai stata così vitale per la nostra sopravvivenza“.

 

Stefano Rolando - Presidente "Club di Venezia"